Gonzo Report

Informazione non è conoscenza, conoscenza non è saggezza, saggezza non è verità, verità non è bellezza, bellezza non è amore, amore non è musica. La musica è il meglio.
giovedì, 30 giugno 2005

Incubi & deliri...

Questa non è una lettura facile, è un po' incasinata... non pretendo che sia capita!
Comunque si tratta di incubi e deliri...




Il malefico influsso delle polpette

Il malefico influsso delle polpette si fa sentire nel mondo dei sogni.
Sono in una specie d’astronave, no una base interplanetaria, e la sto esplorando assieme ai miei commilitoni del commando nonsoquale.
Incontriamo un alieno che assomiglia, anzi è l’esatta copia di uno di noi. Lo conosco, ci ho già avuto a che fare in un’altra missione-sogno.
Qualcuno dice «Meglio non toccarlo. Lasciatelo stare lì dov’è.»
«Guardatelo: è immobile, non si muove, ci fissa e basta.» I suoi occhi si spostano e ci scrutano uno ad uno…
«Mi fa ribrezzo. Mi si gela il sangue nelle vene.»
«È quello che vogliono. Ignoratelo semplicemente. Non fateci caso. È solo, non ci attaccherà per il momento.»
«Perché non lo facciamo fuori subito?»
«No. Non voglio istigarli. Passiamo avanti, è un ordine.»
Arriviamo a un salone pieno di scaffali. Sono vuoti, saccheggiati, è rimasta solo qualche pianta, qualche erba. Alcuni sono riversi per terra. Ci accampiamo qui e facciamo il punto della situazione. Sappiamo che prima o poi ci attaccheranno, ormai li conosciamo.
Sono assieme al mio compagno di guardia. Scrutiamo il largo corridoio attraverso la fessura nell’enorme porta. Vediamo i primi alieni affacciarsi sopra le barricate – mobilio, scaffali, cianfrusaglie varie – sono uguali a noi, hanno assunto le nostre sembianze, indossano le nostre stesse divise – quelle grigie, con strisce verticali che partono dalle spalle e proseguono lungo le braccia, e continuano lungo le gambe, colorate di rosso o blu o verde, a seconda del grado – ma li riconosci dallo sguardo maligno. Quegli occhi dicono tutto, ci vedi sangue blu, azzurro, gelido, quasi privo di vita. Ci vedi la voglia di ucciderci, senza motivo, solo per eliminarci dalla faccia del pianeta nonsoquale.
Le loro fila s’ingrossano, tanti alieni uguali a noi, ma più veloci, rapidi e letali. Ah, una cosa importante: non hanno armi, combattono a mani nude, ma non fa una grande differenza…
Noi abbiamo fucili mitragliatori potenti e pesanti, le armi più letali che si possano trovare in questa parte dell’universo, ma non fa una grande differenza…
Sono sempre più numerosi, sempre più cattivi, il rancore è una cosa tangibile e reale che puoi sentire come senti una musica. Emettono una specie di ringhio, che è beffa allo stesso tempo, ridono come iene bastarde. Quanto odiamo quel verso, quello scherno palese, quell’insulto e minaccia allo stesso tempo. Il lato positivo è che ci spinge ad odiarli, a volerli uccidere, ci dà coraggio. Non a tutti, qualcuno se la fa addosso sentendoli.
Ormai l’attacco è questione di minuti, di attimi. Il comandante ha dato l’ordine di prepararsi, ognuno ai propri posti. Cerchiamo di appostarci nelle aree più riparate, dietro ad uno scaffale rovesciato, per esempio. Io sono proprio lì, uno scaffale ancora verticale mi protegge sul lato destro. È già qualcosa.
Controllo la mia arma, la faccio scattare, l’accarezzo, la rifornisco di proiettili, la tratto come se fosse la cosa più importante di questo mondo o di quello, e in effetti lo è!
L’ultima vedetta rimasta di guardia dà il via: «Sono partiti all’attacco!» e si tuffa dentro una trincea, dietro una barricata.
La forza d’urto è impressionante. Gli alieni sono un fiume in piena che travolge letteralmente l’entrata, scardinando la porta.
Una pioggia di fuoco fittissima li travolge a loro volta. Nessuno di loro rimane senza almeno un buco, un foro di proiettile. Qualche anima pia, Dio la benedica, lancia una bomba a mano che li scaraventa da tutte le parti, smembrati.
L’ondata successiva riesce ad arrivare al contatto corpo a corpo. Sono veloci come gatti, ma li perforo come fossero burro. Ne sforacchio qualcuno, tutti quelli che mi si avvicinano.
L’esito della battaglia è ancora incerto, quando il freddo pungente e il sole pallido del mattino mi riportano alla realtà.
Mi ritrovo in un letto matrimoniale vecchio e polveroso, dentro una stanza vecchia e polverosa. C’è odore di muffa nell’aria.
C’è un freddo della madonna e il mio braccio sinistro è completamente congelato.
Quegli stronzi m’hanno lasciato da solo. Se ne sono andati tutti, lasciandomi qui a subire il freddo invernale. Bastardi! Potevano almeno avvisarmi…
La festa di ieri sera è stata molto distruttiva. Solo maschi, solo alcol e droga. Scene di devastazione pre-apocalittica: uno si fa passare la sbornia a testa in giù – tentativo stupido e inutile –; un altro si vomita addosso, dentro il giubbotto invernale – la puzza non se ne andrà mai più e anzi tornerà a galla ogni volta che piove –; un altro ancora vomita seduto sullo scooter, il rivolo giallo ocra cola per tutta la carena arrestandosi a terra in una pozzanghera. Poi cade dallo scooter, davanti a noi che assistiamo inermi. Un altro ancora è disteso in mezzo ad uno stradone di campagna e sguazza nel proprio vomito. Un altro scivola sulla vodka che egli stesso aveva precedentemente rovesciato, pochi minuti prima… Io mi ritiro nei miei alloggi e mi butto sopra un letto matrimoniale. Qualcuno ha detto che mi stavo lamentando, sentivano vaneggiamenti provenire dal piano superiore. Due o tre persone si uniscono a me e si buttano sul letto. Non mi sveglierà nessuno… figli di…!
Mi massaggio il braccio, cercando di riattivare la circolazione.
Sono le 6.30 e fuori c’è nebbia.
Scendo le scale cauto: è incredibilmente difficile scendere per quelle scale ripide, soprattutto se la testa ti pesa una tonnellata e pende inesorabilmente in avanti. Passo da gravità 0 a gravità 100 nel giro di un decimo di secondo.
Esco e m’incammino verso casa, tenendomi il braccio congelato con l’altra mano.
Mi appoggio alle pareti come un vecchio portoricano ubriaco.
Percorro tutto il tragitto in modalità pilota automatico. Il mio cervello, beato lui, sa quello che deve fare.
Riesco a sfilarmi i vestiti e li butto dove capita.
Mi fiondo a letto e questo mi sembra incredibilmente morbido, caldo e sicuro.
Sono finalmente a casa.
Sogni d’oro!


Si ringraziano Frank Zappa e gli Who per l’accompagnamento musicale e l’ispirazione durante la scrittura del presente testo.
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mercoledì, 29 giugno 2005

La foto del giorno...


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mercoledì, 29 giugno 2005

Cervelli in fuga
L’uomo senza cervello



Mi dispiace dirtelo così, su due piedi, ma sono un essere umano, ed è così che ci esprimiamo noi esseri umani. Se fossi un cane te lo direi su quattro zampe…
Smettila di dire idiozie!
È colpa tua se parlo così: potrei esprimere un unico concetto logico ma no, tu devi sempre farmi pensare a qualcos’altro, devi sempre collegare una cosa ad un’altra, all’infinito…
Be’, certo: è il mio lavoro! Sono un cervello, per Dio, cosa dovrei fare?
Allentare la presa per esempio: smettila di farmi venire seghe mentali, smettila di farmi pensare a tutto, di voler parlare di tutto… lasciami semplicemente vivere, senza come né perché, senza se e senza ma!
Cristo, vuoi diventare un idiota?
Certo! È così che vivono tutti, o perlomeno la maggior parte. E non mi sembra che se la passino male, sono contenti di avere un encefalogramma piatto.
Mai sentito parlare di beata ignoranza?
Certo che ne ho sentito parlare e comincio a pensare che non sia malaccio… E poi smettila col tuo atteggiamento snob: per te sono tutti ignoranti, pensi di essere l’unico cervello!
Non è vero, è che so riconoscere quelli difettosi.
Sarà, ma li invidio…
Non dirlo neanche per scherzo! Cristo, non puoi pensarlo veramente! Dove sono andati a finire i nostri lunghi discorsi in cui ci giuravamo eterna fedeltà? Mi giurasti che non mi avresti mai bombardato con musica priva di gusto sparata a volumi altissimi; che non avresti mai sprecato soldi in vestiti di marca, ma che piuttosto li avresti spesi in prodotti per sbomballarmi, per spappolarmi…
E l’ho fatto!
Lasciami finire: mi giurasti che non ti saresti accontentato di ragazze mediocri fisicamente e ancor di più intellettualmente.
Andiamo, lo sai, chi si accontenta gode: mi troverò una ragazza qualsiasi, amante delle discoteche, della musica house, delle macchine veloci, delle gite al mare e degli happy hours… basta pensare a quelle col fisico da top model e l’intelligenza da premio nobel: certe cose non esistono, come Babbo Natale, come Dio, come il vero amore, come la legge uguale per tutti…
Non puoi parlare seriamente! Comunque come farai a mantenerne una?
Mi troverò un lavoro.
Cristo, no! Eravamo chiari su questo punto: nessun lavoro salariato del cazzo, nessun fottuto lavoro in fabbrica, nessun orgoglio di avere un posto di lavoro… avevamo deciso di sottrarci al sistema lavoratore/consumatore!
Be’, ho deciso di trovarmi un lavoro ed essere felice per questo.
No!
Andrò a lavorare la mattina presto col sorriso, felice d’intascare qualche soldo con il duro lavoro.
Noo!
Suderò per uno stipendio e lo spenderò tutto in beni superflui di cui non ho assolutamente bisogno, in accessori per la macchina, consumazioni in discoteca e regali, cene e gite al mare e in montagna.
Nooo!
Certo! M’inserirò nella logica del lavoratore/consumatore, come ogni altra persona di questo pianeta.
Ma così mi uccidi!
No, non buttarla giù così dura… semplicemente ho deciso che dobbiamo prenderci un periodo di pausa… ci lasciamo temporaneamente, ecco tutto.
Ma non possiamo vivere separatamente!
Sarà una separazione consensuale. Puoi decidere di spegnerti volontariamente oppure…
Oppure?
Oppure ti caccerò con le cattive. Sai che posso farlo…
No, no… ok, accetto ( a malincuore ).
Visto? È stato facile. Vedrai che un periodo di riposo farà bene ad entrambi, ne sono sicuro.
Sono molto addolorato, ma mi spengo. Sei tu il capo.
Detto ciò si spense. Aveva finalmente staccato la spina…

L’uomo senza cervello andò immediatamente a cercarsi un lavoro. Trovò un posto in una fabbrica di cerchioni.
Andava a lavorare la mattina presto e le ore passavano veloci in compagnia di eruditi colleghi di lavoro. A casa aveva giusto il tempo di farsi una doccia, guardare un po’ di TV e poi a letto presto, che l’indomani doveva alzarsi di buon’ora.
Nel weekend si fiondava in discoteca, beveva qualche cocktails e abbordava le cubiste. Trovò maggiori chance con le ragazzotte poco più giovani di lui, in stivaletti e minigonna, e pancia scoperta che lasciava intravedere i rotoli.
Una sera attaccò bottone con una di queste. Si avvicinò e le chiese: « Quanto manca? »
« Cosa? »
« Fra quanto nasce? »
« Chi? »
« Fra quanto nasce il bambino? » e le indicò la pancetta scoperta.
« Stronzo! »
Aveva toppato alla grande…

Nel frattempo potevate trovare il suo cervello agli angoli più bui delle strade, sui marciapiedi, intento a prendersi una sbornia triste con alcolici di pessima qualità. I suoi neuroni stavano morendo, soffocati dai fumi dell’alcol, e aveva un principio di cirrosi epatica. Passava il tempo a veder scorrere la vita, senza poterla assaporare.
Stava morendo, ma nessuno sembrava accorgersene.

Alla fine l’uomo senza cervello riuscì a trovare una ragazza. Non era un granché ma chi si accontenta gode…
Riuscì a comprarsi un’auto sportiva usata e d’estate scarrozzava la sua ragazza nelle discoteche della riviera.
Si iscrisse in palestra e in breve si ritrovò un fisico abbronzato niente male. La sua vita stava prendendo la piega giusta.
Ora poteva tranquillamente accendere il cervello, il periodo di distacco consensuale non aveva più ragion d’essere.
Lo chiamò varie volte, ma l’organo non voleva saperne di rispondere. Pensò che si fosse offeso, cercò di essere carino con lui. Niente.
L’amara verità si presentò, infine: aveva lasciato atrofizzare il cervello e ora era capace delle sole funzioni di base: mangiare, bere, scopare, lavorare e consumare. Nient’altro.
Cercò di trovare una soluzione, ma non vi riuscì.
Lasciò perdere, invitò la sua ragazza al ristorante e quella sera le chiese di sposarlo.
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lunedì, 27 giugno 2005

Il buongiorno si vede dal mattino... (2° parte)
Una tranquilla serata di follia…


Quella sera optò per un’uscita tranquilla; aveva bisogno di disintossicarsi.
Passò la serata in un pub di poche pretese, ascoltando un gruppo di poche pretese che eseguiva cover dei Doors, senza molte pretese. Il cantante, gli avevano detto, credeva di essere la reincarnazione di Jim Morrison: si era fatto realizzare una cintura borchiata sul modello di quella veramente appartenuta al cantante/poeta e aveva un taglio di capelli uguale all’originale. Gli avevano anche detto che una volta, in quello stesso pub, aveva chiesto al barista di riempirgli una bottiglia di Jack Daniel’s con del tè, per far finta di ubriacarsi durante l’esibizione… In un’altra occasione, si era buttato da un palco alto 2 o 3 metri: il pubblico si era scostato e il poveraccio si era fratturato qualche osso importante…
     Tornò a casa leggermente ubriaco. Aveva bevuto solo qualche birra eppure, aprendo la porta, gli parve di vedere la donna del mattino, quella scomparsa!
     « Sei veramente tu? » chiese con uno sguardo ebete dipinto da zigomo a zigomo.
     « Certo che sono io, imbecille. Chi credevi che fossi? »
     « Ma come sei entrata? » Lo sguardo ebete non accennava a scomparire.
     « Dalla scala antincendio. » Indicò la finestra aperta che dava sulla suddetta.
     « E come hai fatto a sparire oggi? »
     « Scala antincendio. »
     « Oh… come mai da queste parti? » Sorrise ebete.
     « Voglio portarti fuori con me, non vedi che sono tutta in tiro? »
L’ebete la squadrò da capo a piedi e da piedi a capo: minigonna nera, magliettina nera aderente, giacchetta di pelle, nera! Fa che sia feticista, ti prego!
     « Ehm… dove andiamo? »
     « Ho voglia di ballare, andiamo in discoteca. »
     « Cosa? No, cazzo, odio la discoteca. »
     « Oh, andiamo. Non ti diverti perché ci vai da solo, ma questa volta ci sono io con te… non ti va di ballare, noi due, stretti stretti…? » gli si avvicinò.
     « Uuuh! Ok, ok, mi hai convinto… Mi cambio in un attimo. »
     « No, vai bene così. Andiamo, che non vedo l’ora… »
Stava cominciando a sudare. Una superfica tutta per lui, non le solite sudicione che si portava a letto, riempiendole di vino e spinelli… Una topona tutta fuoco, che ha chiesto di uscire proprio a lui… Era quasi impossibile nascondere l’erezione che cocciava contro la cerniera lampo dei blue jeans.
     « Ti senti bene? »
     « Eh? Oh, certo, sto bene. Ho solo bisogno di un giro in macchina. »
     Guidò col finestrino aperto. Le guardava le gambe, sudava e si asciugava all’aria fresca. I Led Zeppelin in sottofondo non facevano altro che aumentare la sua eccitazione – e menomale che “Coda” era il loro album meno riuscito!
     All’entrata della discoteca, il buttafuori non voleva farlo passare. « Non vestito così. »
     « E’ con me. » disse la donna. La sua strafigaggine fece da lasciapassare per entrambi.
     Lei si muoveva come una panterona; sensuali movimenti di bacino che erano un’iniezione di eroina nelle sue vene, una botta tremenda direttamente ai suoi neuroni.
     Passò più volte per il bar, per farsi coraggio. Non era facile gestire quella situazione, doveva giocare bene le sue carte.
L’ultima volta che tornò dal bar alla donna, la trovò in compagnia di uno sfigato. L’alcol fece il resto…
     « Ehi, tu, che cazzo fai? »
     « E tu cosa vuoi, stronzo? »
     « Brutto figlio di puttana… » Gli mollò un gancio in pieno volto – non troppo forte, non era abituato a fare a pugni.
Si scatenò il parapiglia: menavano colpi a casaccio, colpendo anche quelli che non centravano nulla, i quali risposero per le rime. Risultato: qualche graffio dovuto alla scazzottata e molti tagli e lividi, gentile omaggio dei buttafuori.
     La donna gli diede una mano a rialzarsi.
     « Stai bene? »
     « Certo! » Costola incrinata in basso a destra.
     « Torniamo a casa. »
     « Ok. » Dito mignolo della mano destra insaccato.
     Riuscì a guidare a fatica, gli faceva male ogni cm del suo corpo. Perdeva sangue copiosamente.
     « Sei stato gentile a liberarmi da quel rompipalle. »
     « Dovere. » Accennò un sorriso sanguinante.
Un rivolo di sangue scese dal sopracciglio e attraversò la guancia destra. La donna si avvicinò e glielo leccò – il rivolo.
     Lei continuava a leccargli le ferite; si vide costretto a fermarsi, il cazzo duro, nonostante il dolore.
     « Ehi, ti va se mi do una ripulita e poi… sì, insomma, hai capito. »
     « No, ci penso io a curarti le ferite, non ti preoccupare… » Ancora leccate.
La lasciò fare: era un po’ macabro, ma il suo uccello non sentiva scuse, non voleva saperne di fermarla.
     Ad un tratto, sentì un dolore più intenso all’incavo del braccio, come due spilli, due punture d’insetto, no… due iniezioni d’eroina, sì.
La donna sollevò il capo, due canini spropositati sporgevano grondanti sangue dalle rosse, umide labbra.
     « Oddio! Gesù, Giuseppe e Maria! Ma chi cazzo sei? Che cosa sei? Un vampiro? » chiese inorridito.
     « Non nominare quelle persone! E poi, casomai sono una vampira. Se ti fa piacere puoi chiamarmi così. »
     « Ma questa mattina eri a letto con me; c’era il sole. C’ERA IL SOLE! »
     « Non gridare! Il sole non m’infastidisce, ma la gente che urla sì… »
     « Oh, scusami. »
     « Non aver paura, non ti mordo mica… ops! Invece sì, he he! »
     « Oh, Cristo! Cosa vuoi da me? »
     « Per prima cosa, non nominare più Cristo, Dio, Allah o Buddha. Non lo sopporto più. Secondo: voglio solo un po’ del tuo sangue, solo un pochino… hai un gruppo sanguigno fantastico, è il mio preferito! »
     « Il mio sangue? Ma… NO! Non si può fare, il mio sangue mi serve, cazzo! »
     « Non essere egoista, lo faccio anche per il tuo bene: non sai che un ricambio di sangue fa bene alla salute? »
     « Certo, ma così è contro natura. È  pazzesco! »
     « Su, non fare il bambino. Se fai il bravo e mi lasci succhiare un po’ del tuo sangue, poi… ti succhio qualcos’altro… »
     « Oh, mio Dio! Scusa, mi è scappato. Oh, cazzo… ok, affare fatto. »
     « Non è un affare, è un piacere… entrambe le cose. »
     « Sia un affare che un piacere? »
     « No, cretino! E’ un piacere succhiare tutte e due… »
     « Oooh. » Il cazzo gli stava per esplodere, pulsava quasi quanto il cuore.
     La creatura della notte, che amava anche il dì, gli prelevò un altro po’ di plasma; poi si curvò sul pene, questa volta per prelevarne sperma, e lavorò come solo una dea può fare. I lunghi capelli mori e lisci andavano su e giù, su e giù, prima lentamente, poi più velocemente, e quella lingua… Fu il più bel pompino della sua vita; insieme al sangue e al liquido seminale, gli aveva succhiato anche l’anima. Che fosse questo il patto col Diavolo?
L’aveva firmato quella mattina, o l’aveva sottoscritto concedendo alla donna il suo sangue quella sera stessa?
Questo e altri pensieri gli frullavano in testa, mentre l’alcol, il sangue e il pompino lo rendevano ebbro di piacere.



Prima parte ideata il 23/02/2005 alle ore 01:30 circa di notte. Scritta nel pomeriggio, ascoltando Arthur Rubinstein che esegue Chopin, Schubert, Schumann, Liszt e Brahms.
Seconda parte scritta e ideata il 27 aprile, lavando il pavimento e ascoltando i Led Zeppelin.
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domenica, 26 giugno 2005

Il buongiorno si vede dal mattino… (1° parte)

Si svegliò tardi, gli occhi assonnati/arrossati e un leggero mal di testa. Si alzò e si diresse verso il bagno, grattandosi il culo. Si udì una lunga pisciata, lo scarico del cesso e il rubinetto aperto, per lavarsi mani e viso.
     Si stava dirigendo in cucina, quando cacciò un rutto e la cena tentò di tornare nel piatto. Ci voleva qualcosa da bere.
Cercò un bicchiere; trovò solo un tazza da tè, dentro il lavandino. Aprì il frigo: c’erano un cartone del latte e una bottiglia di vino, piena a 3/4. La sua mano si diresse verso il cartone, esitò e infine scartò verso la bottiglia.
Bevve un sorso a collo e si congratulò con sé stesso per la scelta. Riempì la tazza a metà e ritornò, bevendo, in camera da letto.
     Quando varcò la soglia, sputò il vino per terra. Gli era andato di traverso, vedendo una donna distesa, di spalle, sul suo letto. Era mora; non sapeva nient’altro.
     « E tu chi cazzo sei? »
     « Come chi cazzo sono? » rispose la donna voltandosi, « Dormo nel tuo letto e non sai neanche chi sono? »
     « Scusami. Mi dispiace ma… davvero non mi ricordo. Ci conosciamo? »
     « Ero alla festa, ieri sera. »
     « Ah, la festa. Sei amica di… »
     « No, non mi ha invitata il tuo coinquilino. Sono amica di amici… »
     « Veramente quello stronzo non c’è mai. » Stava lottando con il vomito. « Organizza le feste, ma per il resto del tempo non c’è mai. »
     « L’hai già detto. »
     « Voglio dire… » si grattò la testa « Fino a ieri sera pensavo che fosse in giro per l’Europa con un sacco a pelo. Cioè… viaggia da solo e dorme in un sacco a pelo. »
     « L’avevo capito. »
     « Alla mattina faccio fatica a connettere. »
     « È quasi mezzogiorno. »
     « Anche al pomeriggio. Mi sveglio quando è sera e la notte raggiungo la mia massima lucidità. »
     « Ah, l’ho notato: ieri sera sei entrato ubriaco fradicio e sei andato direttamente a letto. »
     « Davvero? Non mi ricordo. »
     « Quando sei entrato avevi una faccia incredibile, sembrava che dicessi: Ma chi cazzo sono questi? Cosa ci fanno in casa mia? »
La stava guardando attentamente, ora. È proprio una bella figa, pensò.
     « Poi sei uscito dalla tua camera, qualche ora dopo. Avevi ancora i pantaloni. »
     « Questo mi sembra di ricordarlo… cosa ho fatto, poi? »
     « Avevi la sbornia triste. Hai aperto un pacchetto di patatine e hai fatto alzare un ragazzo dalla poltrona, insultandolo. »
     « Davvero? »
     « Sì. Hai acceso la TV e ti sei messo a guardare un film anni ’40 o ’30, mangiando patatine e bevendo i fondi delle birre abbandonate sul tavolino. »
     « Cristo, no! »
     « E invece sì. Eri una sagoma! » disse la donna, ridendo. « Eri così impegnato a guardare quel vecchio film… di cosa parlava? »
     « Non lo so. »
Gli stava venendo l’uccello duro, avrebbe voluto trombarsela subito. Sarebbe stato un bel modo di iniziare la giornata. « Come sei finita a letto con me? »
     « Non nel modo in cui pensi… »
     « Non pensavo a niente. »
     « Come no! Comunque ho esagerato anch’io ieri sera, col vino, e ho pensato di buttarmi nel tuo letto. Non ti ho dato fastidio, vero? »
     « Cazzo, no! Scherzi? »
     « Sei messo così male? »
     « Cosa vuoi dire? Non sono messo male. Non è che sbavo all’idea di te e… voglio dire: sì, mi piacerebbe… cioè… »
     « Vai ad aprire. »
     « Come? »
     « La porta. » disse la donna, indicando l’altra stanza.
     « Non ho sentito niente. »
Un secondo dopo suonò il campanello. « Avevi ragione. »
     S’infilò un paio di pantaloni di una tuta, marroni, e andò ad aprire. Era il postino.
     « Salve. Metta una firma qui e… una qui. » Il postino aveva un sorriso beffardo.
Firmò, senza guardare cosa stava firmando. Poteva essere un patto col Diavolo o peggio, potevano vendergli un’enciclopedia. Per fortuna non ho firmato col sangue, pensò. Ti andrà meglio la prossima volta, Satana.
     Tornando indietro pensò che forse la donna aveva sentito il suo rutto di prima. Forse era stato quello a svegliarla. Gli si ammosciò il cazzo.
Buttò la posta sul tavolo, qualche lettera cadde a terra. Chissenefrega.
     Quando ritornò in camera da letto, lei era sparita. La cercò in bagno e poi nelle altre stanze… niente.
     « Ehi, dove sei finita? » Non rispose nessuno, neanche l’eco.
Rimase immobile, in piedi, a fissare il vuoto per qualche minuto: c’era rimasto di merda.
Scese a comprare il giornale della domenica e tornò a leggerlo a letto, come faceva di solito.
     Mentre si preparava il pranzo – semplice pasta al sugo – pensò a quello che gli era capitato nelle ultime 24 ore: era veramente successo? Era pazzo? Aveva ancora il numero del manicomio?
     Non le aveva neanche chiesto come si chiamava.
     Anche la tazza col vino era sparita.
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Utente: bhikkhu
Nome: Bhikkhu
Nasce il 16 agosto 1920 ad Andernach, Germania, come aveva sempre desiderato, da una famiglia di origini Samoane, ma si trasferisce due anni dopo a Los Angeles, stufo dello stile di vita dei compaesani. Alla Junior High School si distingue per il precoce talento letterario, grazie anche al fatto di aver copiato tutti i temi dalle storie di Topolino. Si diploma stancamente alla L.A. High School e a 17 anni le sue qualità atletiche vengono notate da diversi allenatori di squadre universitarie. Si trasferisce quindi a New York, per frequentare la Horace Mann Preparatory School for Boys, ma soprattutto per sfuggire lo stile di vita dei concittadini di L.A. Alla Horace si distingue per le molestie ai ricchi ragazzi ebrei e per gli articoli sul giornale della scuola, che trattano di sport, musica e cucina emiliana. Nel settembre 1940 entra alla Columbia University di New York, grazie alle sue doti sportive. All’estate del 1941 risalgono i suoi primi vagabondaggi: si mette a girare in autostop fino a Boston. Viene messo fuori squadra a causa delle scarse presenze agli allenamenti; decide di abbandonare l’università. Nello stesso anno i Jap bombardano Pearl Harbor e gli USA entrano in guerra. Vorrebbe arruolarsi, ma sbaglia metà delle risposte nel test psico-attitudinale; ancora oggi si domanda come sia stato possibile. Nel 1943 gli USA decidono di ricorrere anche ai malati di mente, così Bhikkhu ha la sua occasione. Si dimostra subito insofferente alla disciplina militare, esce quindi dai ranghi per andare a leggere in biblioteca; ottiene così il congedo. Alla fine del conflitto si trasferisce in Italia, stanco dello stile di vita Yankee, dove riesce a sopravvivere 2 anni lavorando solo per 3 settimane. Ricomincia a vagabondare, facendo l’autostop e saltando sui treni merci, e comincia a scrivere i primi romanzi, con l’ausilio della benzedrina. Si dedica al traffico di droga e allo sfruttamento della prostituzione, ma nel 1947 viene arrestato per un giro di assegni falsi e condannato a una lunga pena detentiva, durante la quale scrive 4 romanzi che, per mancanza di fondi, non può nemmeno inviare agli editori. Appena libero si mette a cercare lavoro; prova centinaia d’impieghi, senza trovare quello giusto, finché non s’imbarca in una nave da crociera e s’inventa il lavoro di cantante, accompagnato al piano da un amico fedele, per pagarsi il viaggio di ritorno in America. Giunto a Manhattan, ricomincia a vagabondare da una parte all’altra del paese, tornando infine a Los Angeles. Qui fonda il primo Fight Club, dove può finalmente sfogare la propria passione per le risse da bar. Già che c’è, fonda anche gli Hell’s Angels, per gli amanti sì delle risse da bar, ma anche delle moto veloci, dei tatuaggi e dei capelli lunghi e unti. Nel 1959 partecipa alla rivoluzione cubana, forte degli ideali anarco-comunisti che lo pervadono. Si trasferisce a San Francisco per aprire l’ennesima succursale del Club, ma viene colto da un’improvvisa crisi mistica: ripudia la violenza e fonda invece un movimento pacifista (1962); sono gli anni del suo pesante consumo di marijuana. Durante i 60s scompare e non si hanno più notizie di lui (si narra che abbia attraversato l’America Latina in motocicletta) fino al ‘67, quando partecipa al festival di Monterey. Ritorna all’università, col solo scopo di formare i movimenti studenteschi per la pace e il sesso libero. Nel ‘68 partecipa alla fondazione dei Seattle Seven e organizza il festival di Woodstock; viene costretto all’esilio a causa delle attenzioni della CIA. Ritorna in Italia e anche qui fomenta le rivolte studentesche; ormai la destra reazionaria lo vuole morto, per cui si trasferisce in Norvegia, dove sposa una bella stallona scandinava. Il rapporto si logora in fretta, non c’è comunicazione (non ha mai imparato il Norvegese), ma resiste fino al ‘72, grazie al sesso di ottima qualità che praticano. Pur di sfuggire allo stile di vita norvegese, scende a patti con la CIA e accetta di fare la spia oltre cortina; fallisce tutte le missioni che gli vengono assegnate e viene così congedato (una commissione stabilì che non le fallì appositamente, ma che non era effettivamente in grado di portarle a termine). Nei 70s introduce la cocaina anche in Italia e, alla fine del decennio, riporta in auge l’eroina. Viene arrestato e condannato a una lunga pena detentiva; durante questo periodo scriverà diversi libri, romanzi e racconti, saggi culinari e haiku. Alla scarcerazione, si trasferisce a San Pedro (California), dove risiede tuttora e dove continua a scrivere le sue pazze storie. È stato recentemente investito del titolo di Imperatore di Samoa, eletto sindaco di Tikrit e candidato al Premio Nobel per la Pace, per meriti non ancora specificati…


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