Titanic
Naufragio a ritmo di ragtime
Parte Seconda
15 aprile 1912, ore 00:05
La nave era arretrata per cinque minuti, dopo lo scontro con la montagna di ghiaccio. Cinque minuti di rinculo.
Venti minuti dopo, il comandante E.J. Smith aveva la piena consapevolezza che il Titanic fosse irrimediabilmente perduto: cinque compartimenti stagni della nave si erano allagati in pochissimo tempo – se se ne fossero allagati soltanto quattro, la nave avrebbe potuto tentare di proseguire verso la salvezza.
Alle ore 00:05 il pavimento del campo di squash sul ponte F era allagato fino a 10 metri al di sopra della chiglia. Un vero peccato.
L’acqua gelida del Nord Atlantico entrò in contatto con le altissime temperature della sala caldaie, provocando esplosioni a catena. Gli uomini dell’equipaggio presenti nelle caldaie andarono incontro ad una morte orribile, come è facile immaginare.
Ad avvisare i passeggeri furono camerieri e membri dell’equipaggio – sul Titanic non esistevano altoparlanti. Il panico si diffuse rapidamente: un iceberg non è affare da poco, quando ti scontri con una di queste montagne galleggianti c’è ben poco da fare. Le esplosioni nelle caldaie avevano ulteriormente scosso gli animi, in molti percepirono l’incombere della tragedia.
Per calmare la gente, l’orchestra del Titanic cominciò a suonare un ragtime nel salone della prima classe, poco dopo la mezzanotte. Sia il direttore Wallace Hartley che gli otto membri dell’orchestra avrebbero suonato fino al completo affondamento della nave, pienamente consci d’essere in punto di morte.
15 aprile 1912, ore 00:25
« Il Titanic affonderà in poco più di due ore. » disse il comandante Smith, sconvolto. « La nave più vicina, il Carpathia, si trova a quattro ore di distanza. »
I presenti nella cabina di comando rabbrividirono, sbiancarono letteralmente. L’affermazione del comandante era una condanna a morte per molti di loro.
« Preparate le scialuppe » disse con voce più ferma che poteva, « e fate salire per primi donne e bambini. »
Si voltò quindi verso Bruce Ismay, uno dei realizzatori del Titanic, e lo fulminò con lo sguardo. In origine, il lussuoso Titanic era dotato di un numero di scialuppe tale da poter accogliere tutti i passeggeri. Fu Ismay a decretare che se ne portassero di meno, per una ragione estetica e di spazio sui ponti. Solo metà dei passeggeri, in caso di pericolo, avrebbero potuto salvarsi, considerazione che non preoccupava Ismay, convinto dell’inaffondabilità del Titanic.
« Si rende conto di cos’ha fatto? Non ci sono scialuppe a sufficienza per tutti i passeggeri. »
« Come potevo immaginarlo? Il Titanic era inaffondabile… non sapevo… come potevo immaginarlo? » rispose Ismay piagnucolando. Si produsse in un borbottio, una specie di litania assente: « Il Titanic… inaffondabile!... com’è possibile?... no, non può essere… il Titanic… »
Era stato lo stesso Ismay a spingere il comandante ad avanzare alla massima velocità, per anticipare l’arrivo in America e battere la concorrenza. A velocità inferiore, il Titanic avrebbe potuto evitare sicuramente l’impatto.
A causa del panico che attanagliava i passeggeri, molte scialuppe furono calate in mare con pochissime persone a bordo.
In breve si scatenò il parapiglia: la folla smaniava per imbarcarsi sulle scialuppe di salvataggio; c’era chi spingeva, chi strattonava, chi allungava le mani per afferrare quelli che già sedevano nelle scialuppe.
Fleet sparò ad uno di questi, che stava per trascinare in acqua una vecchia signora. Servì a calmare per un po’ gli animi degli astanti.
Ismay, che nel frattempo si era riavuto dal torpore, si fece largo a spintoni. Fece cadere Miss Moneypenny, la quale batté la testa e svenne. Non se ne curò e proseguì anzi verso la scialuppa, dove si nascose come un ladro.
J.B. era agitato ma lucido. Il fatto che si facessero imbarcare prima donne e bambini lo preoccupava non poco: la stragrande maggioranza degli uomini sarebbe affondata con la nave. Ma intravide una possibilità di scampo nell’incidente capitato a Miss Moneypenny.
La raccolse, fingendo di volersene prendere cura, e la trascinò dentro una cabina incustodita. Lì la spogliò e ne indossò i vestiti, compreso il largo cappello che ne avrebbe nascosto i lineamenti.
« Sono i tempi, mia cara: la ricca e rampante borghesia americana è destinata a soppiantare la nobile ma decaduta aristocrazia britannica. È il destino, e io sarò il tuo. Perdonami. »
Detto questo le mise in una mano la bustina con la polvere bianca. Se si fosse svegliata, ne avrebbe avuto bisogno.
Si precipitò verso le scialuppe e riuscì a trovare posto accanto ad Ismay. I due si guardarono negli occhi, ma nessuno aveva il coraggio di smascherare l’altro, né tanto meno l’intenzione.
Le scialuppe si allontanarono velocemente dalla nave che affondava, per paura di essere risucchiate, lasciando il resto dei passeggeri in balia degli eventi.
15 aprile 1912, ore 2:30
Più della metà dei passeggeri rimase a bordo del Titanic. Sul ponte regnava un silenzio spettrale, rotto solamente dal pianto delle donne affrante, mentre gli uomini fissavano il vuoto, costernati. Si guardavano l’un l’altro, senza vedersi veramente.
Un tale Eugene Daly, passeggero di terza classe, intonava “Il Lamento di Erin” con la sua cornamusa irlandese, come aveva fatto l’11 aprile al momento di lasciare il porto di Queenstown, come ultimo addio all’Europa. Questa volta era alla vita che diceva addio.
L’orchestra del Titanic stava ancora suonando un ragtime, quando la nave cominciò ad inclinarsi seriamente.
La dinamica dell’affondamento fu impressionante, una scena apocalittica: essendosi scontrato con l’iceberg nella parte anteriore destra e poi lungo buona parte del fianco, il Titanic cominciò ad imbarcare acqua a prua. La nave si inclinò quindi in avanti, sollevando in modo impressionante la poppa. Centinaia di persone cercarono invano di evitare la fine scalando la coperta della nave, diretti verso la poppa che si alzava sempre più.
Arrivato ad una certa inclinazione il Titanic si spezzò nell’esatta metà, come fosse un grissino, e la parte posteriore ricadde violentemente sullo specchio d’acqua. Dopo pochi secondi, riprese nuovamente ad alzarsi verticalmente, per poi inabissarsi a velocità impressionante.
Alle ore 2:30 del 15 aprile 1912 il Titanic, martoriato, giaceva silenzioso in fondo all’Oceano Atlantico, monumento funebre per gli oltre ottocento passeggeri periti nella sciagura e simbolo della più grande sconfitta tecnologica dell’uomo.
15 aprile 1912, ore 3:40
La richiesta di soccorso era stata inoltrata dal Titanic alle ore 0:25. Arthur Henry Rostron, comandante del Carpathia, non perse tempo e ordinò di fare marcia indietro e di dirigersi a tutta velocità verso il luogo del naufragio. Sarebbe passato alla storia come uno degli incontrastati eroi della vicenda.
« Bisogna limitare il consumo di luci e riscaldamento all’interno della nave. » disse Rostron pensieroso, accarezzandosi la barba. « Ci occorre tutta l’energia possibile per aumentare la velocità. »
« Sgomberate il ponte della nave. » aggiunse. « Liberatelo da ogni oggetto superfluo. Preparate una sala per i medici di bordo, coperte e cibo caldo. »
La scena che si presentò al Carpathia quella maledetta alba del 15 aprile fu indimenticabile: le minuscole scialuppe dei sopravvissuti galleggiavano silenziose nell’immensità dell’oceano, dominato da almeno due dozzine di enormi iceberg alti più di 60 m. Non galleggiava in superficie nemmeno un frammento del relitto, la nave era affondata trascinando tutto con sé.
Videro un solo cadavere in acqua, nessuno era riuscito a sopravvivere in quel mare gelido. Era quello di Eugene Daly, ancora aggrappato alla sua cornamusa irlandese, nell’ultimo disperato tentativo di rimanere aggrappato alla vita.

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articolo dal titolo "Did Jazz Sink The Great Ship?"...